La chiamata di leva
Per i nati negli anni '70 l'obbligo di leva era uno di quei doveri da ritardare il più possibile: l'ipotesi di una sua abolizione sembrava, dopo tante illusorie promesse, diventare concretezza.
L'Università allungava i tempi della chiamata dando un temporaneo sollievo dall'obbligo della mimetica. Ma poi il tutto si trasformava in un disagio notevole dato dal fatto di figurare come un fuori età tra sbarbatelli. Vivere questa condizione da disadattati era un supplizio che spesso prendeva la forma di trecentosessantacinque croci disegnate su un muro: una per ogni interminabile giorno.
La prima forma di disagio di un neolaureato in molti casi era questa. Un certificato di "Dottore" appeso alla parete della camera e all'orizzonte un mondo da conquistare: nella realtà un pulitore di latrine con un caporale zoticone, semianalfabeta e con l'acne da diciottenne che detta il ritmo a cui devi marciare.
Sulfimigi tentò la sua ultima carta: aveva ottenuto una borsa di studio post laurea all'estero, poca roba s'intende, un riconoscimento del suo relatore per la buona tesi. Dette fondo a tutte le sue capacità letterarie per mandare una lettera al Ministero della Difesa nella quale supplicava di lasciargli liberi i suoi anni migliori per continuare la vita sui libri.
Imbucò la lettere e aspettò, fino a quando un giorno si assopì e l'angoscia invase i suoi sogni.
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"SVEGLIA SVEGLIA" Le urla belluine giungono dal lato opposto di quella porta in compensato leggero che sembrava crepare sotto i colpi delle nocche del tenente. Giusto il tempo di lanciare un'occhiata alla sveglia che impietosamente non riesce a riportare sul quadrante cifra maggiore delle cinque antelucane. La chiamata per servire la patria in divisa si è materializzata in questo modo improvviso. Un armadietto, o meglio un parallelepipedo di allumino, è tutto quello che addobba quella fredda e umida stanza. Il suo istinto di sopravvivenza non può che pilotarlo lì ed indossare il contenuto: ovvero una sconcia uniforme e degli stivaletti. Il fatto che nessuno di questi sia nemmeno lontanamente delle sua taglia e che lo faccia apparire come un sigaro in cartuccia è un fatto del tutto irrilevante per lui e soprattutto per chi lo sta aspettando là fuori. Ma appunto...chi lo sta aspettando? Neanche il tempo di buttar giù la più frugale colazione della sua vita ed un impulso lo spinge a correre fuori, verso una destinazione non ancora del tutto chiara. In effetti qualcosa sembra squarciare il profondo e silenzioso buio che circonda questo momento della giornata. Sono due cerchi rotondi e luminosi che avanzano accompagnati dallo sferragliare di un vecchio motore diesel. Non c'è dubbio: è venuta per lui visto che non potrebbe essere per nessun altro e a sottolineare il concetto avanza ondeggiando e sciabolando i lampeggianti come in un codice morse. Il roboante veicolo rallenta l'impeto della corsa, lasciando intendere che lo farà abbordare. Sulfimigi si appresta a salire senza fiatare e senza perdere un frammento di secondo, ma non sa che il guidatore è stato addestrato per accellerare proprio quando il suo corpo è ancora sbilanciato. Ed ecco che senza capire come e perché si ritrova ad inseguire a piedi quel diabolico autocarro. Ogni suo tentativo di afferrare un appiglio viene vanificato da puntuali colpi di accelleratore. Qualcuno da dentro allunga la mano ma poi beffardamente la ritira. Dopo tre tentativi andati a vuoto riesce finalmente ad afferrare lo sportello e a salire mentre la belva meccanica riprende la sua rabbiosa cavalcata nelle tenebre.
Davanti a lui una specie di corridoio, ai lati due file di militari seduti e inespressivi come statue. Capisce che il suo posto è quello in fondo ma non sa che per arrivarci dovrà affrontare una selva di calci di fucile che puntano tutti sulle sue caviglie. Caracollando arriva al suo posto e attende la fine del viaggio che si conclude all'alba, nel cortile di una gelida caserma.
Lui ed un numero di altre reclute vengono fatti allineare in un cortile. Vengono interrogati uno ad uno con domande su provenienza, età e soprattutto competenze. "Beh io, ho fatto studi umanistici" risponde Sulfimigi in merito a quest'ultima. In quell'istante tutto il via vai di voci, movimenti e armeggi che animavano la caserma si fermò. Gli esaminatori, erano tre, lo guardarono con occhi stupiti, come se avessero davanti non un semplice essere umano ma uno spirito superiore.
I tre si guardarono negli occhi e alla fine parlò il più anziano, quello più titolato a parlare in caso di incontri straordinari come questo.
"Bene Sulfimigi, prima di te sono venuti elettricisti, idraulici e un esperto di informatica. Tutte competenze utili s'intende, ma mancava finora quella figura che potesse in qualche modo incarnare l'essenza stessa del servizio che siete stati chiamati a svolgere dalla nostra amata patria. Ognuno di voi individualmente è nulla, qui siente un'entità collettiva, un macroantropo, la somma di tanti individui che si fondono come in una nuova unità."
Sulfimigi non si capacitava del fatto che improvvisamente si fosse materializzata davanti a lui la figura di un uomo così illuminato, le cui parole sembravano uscite da un saggio di Schopenhauer o Gustave Le Bon. Aveva finalmente trovato qualcuno che parlava la sua stessa lingua, proprio lì dove meno se lo sarebbe aspettato.
"Lei capisce Sulfimigi che qui è nel posto giusto, e che abbiamo proprio bisogno di qualcuno come lei...
Lei è uno che pensa, qui invece gli altri vengono pensati...mi capisce vero?"
Sulfimigi annuiva tra mille vibrazioni che lo avevano improvvisamente pervaso.
"Ecco...lei conosce Diogene vero? Quel filosofo che girava con la lanterna alla ricerca dell' "uomo vero"... Ecco vede quel secchio ? Faccia finta che sia una lanterna! Vede quella porta ? Non si formalizzi se c'è scritto latrina...perché quello in realtà è un luogo dove lei può indagare la natura umana nelle sue profondità più remote!!! Vada, e cominci da destra verso sinistra perchè qui si è sempre fatto così!"
Fu così che Sulfimigi ogni giorno portava a termine la sua missione filosofica tra il rispetto dei suoi commilitoni che non mancavano di lasciargli interessanti oggetti su cui meditare.
Tutto questo ogni mattina quando suonava l'alzabandiera. Ci fu un giorno in cui la tromba suonò più forte e si sveglio da questo incubo. In realtà non erano note musicali ma il monotono doppio ring del campanello con cui è solito annunciarsi il portalettere quando richiede la firma. Mentre compilava il modulo l'occhio gli cadde sul mittente: veniva da Roma. Con i sudori freddi del sogno che si univano a quelli della realtà aprì la busta e lesse il contenuto:
"Signor Sulfimigi, con riferimento alla sua richiesta etc. etc. siamo ad informarla che in ragione del rimodernamento delle forze armate e loro efficientamento con personale dedicato...insomma in poche parole i bagni li pulirà una cooperativa di pulizie e lei può continuare i suoi studi liberamente!
Cordiali saluti"
Erano proprio le parole che aveva sognato di sentirsi dire !

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